Nei giorni scorsi il governo ha approvato la cosiddetta “Devolution” e, in particolare, quella sanitaria.
In che cosa consiste? Si tratta di nuove norme che delegano alle regioni la competenza di legiferare autonomamemte in campo sanitario. In altre parole, ogni singola regione può autogestirsi nell’ambito della “assistenza e organizzazione sanitaria e in ogni materia non espressamente riservata alla legislazione statale”.
Non volendo affrontare il problema politico della condivisione o meno dell’approvazione della legge, nell’ attesa che venga chiarito il significato della “esclusiva” competenza, conferita alle regioni, “nell’assistenza e nell’organizzazione sanitaria”, vorrei fare alcune considerazioni sulle possibili conseguenze dell’applicazione di tale legge nelle regioni del sud dell’Italia.
Una delle prime immediate conseguenze è la restrizione, per problemi economici, della “migrazione sanitaria”, cioè la Regione Sicilia, nel nostro caso, non potrà permettersi di rimborsare alle aziende sanitarie non siciliane le spese sanitarie sostenute dai cittadini siciliani che, per qualunque motivo, volessero scegliere di curarsi fuori regione. Sembrerebbe che, eccezionalmente, saranno autorizzate le spese per trattamenti medici di tipo oncologico e per i trapianti d’organo.
Viene spontaneo chiedersi perchè un siciliano debba voler recarsi fuori della Sicilia stravolgendo la “routine lavorativa e sociale” sua e dei propri familiari. I motivi sono essenzialmente tre: l’assenza di medici e/o strutture che possano curare una determinata patologia, lunghe liste di attesa o una totale sfiducia nei medici e/o nelle strutture sanitarie siciliane secondo l’antico detto che “il miglior ospedale siciliano è l’aeroporto di Punta Raisi”.
Infuocate sono già le polemiche sui mass media su tale argomento ma mi rifiuto di pensare che i nostri illuminati legislatori non conoscano la realtà sanitaria delle regioni del sud e abbiano approvato una tale legge ad occhi chiusi.
Il problema è complesso perchè le restrizioni conseguenti alla devolution sanitaria dovranno conciliarsi con le esigenze dettate dal diritto di libertà di tutela della salute cui ha diritto ogni cittadino prima che lo stato e, ora più che mai, le regioni.
In ogni caso, mettendo da parte il diritto alla libertà di scelta, viste le gravi necessità di tipo economico, la legge approvata potrebbe avere un senso se il motivo della migrazione sanitaria fosse la sfiducia in medici e/o strutture sanitarie “efficienti”. Non sarebbe razionale autorizzare spese sanitarie extraregione se per il trattamento di una determinata patologia esistono diverse e moderne strutture sanitarie specialistiche. In quest’ultimo caso, infatti, la presenza di più ed efficienti centri ospedalieri permette di conciliare esigenze economiche sanitarie generali con il diritto alla libertà di scelta di tutela della propria salute.
Negli Stati Uniti non è possibile avere un’assistenza pubblica in uno stato diverso da quello della propria residenza. Ma in quel Paese il problema è diverso perchè gran parte dell’assistenza sanitaria è di tipo privatistico.
Il problema nasce quando non esistono strutture sanitarie e/o medici in grado di trattare una particolare patologia. In questo senso, la devolution sanitaria può rappresentare una paradossale opportunità. La politica sanitaria, infatti, potrebbe finalmente fare in modo che gli ospedali, in tempi definiti e non prorogabili , pena la chiusura e/o l’accorpamento, possano essere messi in condizione di acquisire tutti i requisiti strutturali, tecnologici ed organizzativi ritenuti,a livello nazionale, indispensabili per essere considerati strutture sanitarie . Sembrerebbe tutto molto semplice ma nascono spontanei alcuni interrogativi: perchè tale trasformazione delle nostre aziende sanitarie non è stata fatta prima dell’approvazione della devolution sanitaria? Non lo si sapeva che in Sicilia e nella maggior parte delle regioni del sud molti dei nostri ospedali sono tali solo nella progettazione? Non si sa che in molte aziende sanitarie i soldi vengono spesi per la cosiddetta “accoglienza” riempendo l’ospedale di belle ragazze che fanno immagine e poi non si assumono gli infermieri e i medici per garantire una qualità assistenziale ottimale?.
Poichè sono certo della intelligenza dei nostri legislatori mi viene forte il dubbio che altre possano essere le motivazioni.Credo che, innanzitutto, si cominceranno a fare “eccezioni” e molte patologie curabili in moderne strutture sanitarie siciliane potranno essere trattate fuori regione con l’alibi della libertà di scelta. In realtà tutto ciò risulterà essere indispensabile per garantire importanti aziende sanitarie operanti nella sanità privata del nord che vedrebbero svuotati i loro reparti e, quindi, le loro casse, se improvvisamente i pazienti del sud si curassero negli ospedali del sud. Oppure, si consentirà a grandi “multinazionali della sanità” di aprire al sud ospedali che diventeranno fonte di finanziamento per le casse della casa madre ,trasformando il sud in una gallina dalle uova d’oro.
Diverso sarebbe e, in qualche caso auspicabile, affidare ad enti privati, con contratti a lungo termine, la gestione di alcuni nostri ospedali in rapporto a particolari esigenze assistenziali specialistiche carenti sul territorio, evitando tuttavia che, con l’alibi della formazione, tali enti vengano inondati con fiume di denaro pubblico, e che si assuma personale con il solito sistema clientelare senza alcun controllo della spesa sanitaria.
Beppe Del Colle, su Famiglia Cristiana ha recentemente scritto che “La devolution produce cittadini di serie B”. Non solo, ma anche ”aumenteranno le spese per la burocrazia visto che risulterà impossibile trasferirire dallo Stato alle regioni tutto il personale pubblico operante nella sanità. Questa riforma non potrà essere attuata senza il cosiddetto federalismo fiscale: se hai avuto la fortuna di nascere in Lombardia, dove si producono molte entrate fiscali che verranno utilizzate in loco, saresti curato meglio che se fossi nato in Calabria, dove se ne producono di meno”.
Certamente, una razionalizzazione della spesa sanitaria e della rete assistenziale territoriale è ormai indispensabile se si vuole garantire una adeguata assistenza sanitaria in un momento di drammatica riduzione delle risorse economiche. Partire dalla devolution significa volere penalizzare le regioni del sud. Forse la si potrebbe accettare se, improvvisamente, la politica sanitaria, realmente, ponesse il paziente al “centro” non solo in fase di programmazione sanitaria, quando cioè si fanno investimenti economici ma anche nel corso dell’iter diagnostico e terapeutico, durante il quale, per molti amministratori, il paziente diventa “elemento di disturbo” perchè “pretende” prestazioni sanitarie di giorno e magari, cose da pazzi, anche di notte !
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