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Editoriali Cardionews - Dicembre 2006
 
   

- Staccare...la spina ! -

 
di Giovanni Ruvolo
 
   

Quante volte, alla fine di un periodo di intenso lavoro  abbiamo sentito esclamare: “ho bisogno di staccare la spina”.

Tutti l’abbiamo staccato almeno una volta nella vita ma solo perchè eravamo certi di poterla riattaccare!

Nelle ultime settimane, il caso Welby ha riproposto in maniera pressante il problema della “proprietà” della vita. Perchè tanto clamore per una spina? Quella non è una normale spina, è la spina della vita e non potrà più essere ricollegata!

Abbiamo o no il diritto di “staccare la spina” della nostra vita? In altre parole, si ha il diritto sempre di liberare il nostro spirito, la nostra anima dal nostro corpo quando, come affermava Welby, esso diventa “Una prigione infame”? O, come afferma Benedetto XVI, l’eutanasia è una delle morti silenziose che fa scempio della vita umana? E ancora, la vita  appartiene solo al “corpo uomo“ che la materializza o la Società e lo stato hanno su di essa una diritto almeno parziale?

E poi, chi ha il diritto di imporre al proprio simile di “staccare quella terribile spina” ad un altro uomo?

Chi non è medico, credo, non potrà mai comprendere cosa significhi interrompere le cure ad un altro uomo che, forse, uomo proprio non è ma solo corpo anche se spesso non riesci a capirlo con certezza.

In tutta la vicenda Welby, fino ad ora, mi sembrano evidenti almeno due concetti: ci sono problemi la cui portata etica e sociale impongono una seria e pacata riflessione generale; non si può speculare su chi soffre per mettere i riflettori sul proprio partito. Certi aspetti della nostra vita sociale investono tutti i cittadini, politici e non, credenti e non credenti.

Esiste poi, in secondo luogo, il problema di chi debba decidere prima poi materialmente staccare la spina. Molte volte capita a noi medici di essere “implorati” di interrompere le cure perchè tanta è la sofferenza. Spesso, però, molti di quei pazienti tornano per ringraziarci di non averli ascoltati in un momento di “fisiologica” anche se giustificata disperazione. Pazienti cui, magari, pensavi che mai e poi mai saresti riuscito a ” tirali fuori” da quel drammatico cumulo di complicazioni che si susseguivano senza sosta e, certamente terribili avversari, senza pietà nei tuoi e nei loro confronti quasi a prenderti in giro per la tua testardaggine e ostinatezza di medico.

La sofferenza poi è sola fisica? Non è altrettanto “dolorosa” la soffernza “psicologica” che origina da un grave disagio che, pur non fisico, può ugualmente sconvolgere in maniera completa la nostra mente e quindi la nostra vita? E allora chi può imporre di interrompere le cure, ad un paziente sveglio e cosciente, ad un medico che ha, il giorno della sua laurea, giurato di non indurre volontariamente la morte?

Il problema è certamente complesso.

E’, tuttavia, fondamentale, stabilire cosa debba intendersi per accanimento terapeutico. In altre parole, quali sono i criteri, se mai di certi possano esserci, di irreveribilità delle patologie e se queste debbano essere solo fisiche o anche psichiche senza che ciò possa portare ad un abuso di tipo legislativo o medico.

In un momento storico in cui le vicende umane di questo fine 2006 sembrano mettere in crisi certi valori propri della democrazia, dell’etica e del vivere sociale pensando non solo a staccare la spina ma addirittura  anche...il collo con un cappio, dovremmo essere tutti più prudenti nel rispetto di un bene immenso, la vita, che ci è stata donata e affidata, e che dovremmo rispettare e considerare l’unico scopo del nostro essere uomini.

   
 
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