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Editoriali Cardionews > Gennaio 2010
 

- Specializzandi dell'area medica. Problematica al capolinea. -

di Giovanni Ruvolo
 

Da un'indagine condotta recententente su 6oo giovani specializzandi dell'area meclica delle Università di Padova, Palermo, Verona, Genova, Trieste, Varese, Modena, Pavia e Sassari, emerge un quadro particolarmente allarmante.

La maggior parte degli specializzandi, soprattutto dell'area chirurgica, si mostra insoddisfatta della propria formazione specialistica.

Inoltre, oltre il 59% dei medici ha ritenuto non idonea la struttura ospedaliera in cui è stato formato: non si esegue il numero di prestazioni sanitarie e/o di intervenenti chirurgici programmato e previsto per le singole specialità, gli specializzandi sono utilizzati per "sostituire" i medici strutturati e, addirittura, in alcuni reparti, restano di guardia da soli ed eseguono autonomamente anche visite ambulatoriali e consulenze specialistiche come se avessero già concluso il loro corso di specializzazione.

Gli specializzandi, negli ultimi anni, hanno ottenuto il giusto riconoscimento economico al loro corso di specializzazione ed hanno uno stipendio di circa 1800 euro mensili, che praticamente permette a qualsiasi giovane medico di rendersi economicamente autonomo dalla propria famiglia.

Perché tutto questo?

Come ormai sempre più frequentemente accade nella sanità, esiste un divario tra teoria e pratica, tra quello che professionisti dell'etica e della buona sanità predicano dalle loro scrivanie e ciò che accade poi nelle nostre università e nei nostri ospedali, spesso in carenza di infermieri, medici, personale tecnico e attrezzature tecnologicamente avanzate.

I nostri giovani hanno perfettamente ragione nel pretendere formazione e pratica sanitaria: saranno i medici dei nostri figli e saranno probabilmente loro a curarci quando noi saremo anziani.

Ma quando siamo ricoverati in ospedale o ricoveriamo i nostri familiari la maggior parte chiede ai chirurghi di essere operati da medici competenti e di esperienza. Quando proviamo a dire che lo specializzando opererà assistito dal meclico strutturato e/o dal direttore, non è infrequente che si risponda: o mi opera lei o io vado in un altro ospedale!

Si predica che i giovani devono operare per fare esperienza ma è indispensabile che i pazienti siano altri e non noi stessi.

Si pretencle che i giovani vengano formati e poi non si protesta se i reparti sono carenti di personale sanitario ed amministrativo e i
medici, invece di parlare dei casi clinici e discutere tutto il giorno con gli specializzandi sui pazienti e sui casi clinici e sulle tecniche chirurgiche, fanno i caposala, i portantini e gli amministrativi pur di portare avanti l'attività di reparto.

La formazione dei nostri specializzandi, soprattutto nei Policlinici universitari, è prioritaria e l'Università deve farsi pienamente carico del problema. L'istituzione, tuttavia, deve fare in modo che carenze di organico e strutturali vengano eliminate per garantire che la formazione abbia luogo. Non basta distribuire libretti rossi dove gli specializzandi annotano le attività svolte e fare turni di servizio nei vari reparti, è fondamentale che quanto viene scritto e certificato venga realmente fatto per evitare che i corsi di specializzazione si riducano a parcheggi postlaurea per ritardare quell'inserimento nel mondo del lavoro sempre più difficile da realizzare. Probabilmente ci inventeremo i "master" post-specializzazione e i nostri giovani potranno essere pronti e formati alla soglia della pensione.

 

 
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