Vi ricordate la vicenda di un "pensionato cieco", processato
perché beccato a guidare la macchina e il cui avvocato in tribunale aveva detto al giudice: "Lei ha ragione, il mio assistito non è più cieco; è andato a Lourdes ed è stato miracolato"?
Poche settimane fa, la vicenda si è ripetuta: le forze dell'ordine,
con l'operazione "Gerico", hanno scoperto molti falsi ciechi che hanno preso la patente o che, in ogni caso, vedono benissimo a
distanza. Addirittura hanno sorpreso uno di loro, che dal quinto piano di un palazzo dava giudizi al pescivendolo in strada
sulla qualità dei pesci.
Il problema, apparentemente di poco conto, mi sembra sia di gravità estrema per alcuni risvolti sociali, oltre che etici che ne conseguono.
Prima di tutto, la mentalìtà contorta di chi si sente e viene considerato furbo eci intelligente perché riesce ad ottenere una
pensione di invalidità per una falsa malattia.
Certamente, ciò fa parte della sfera dell'etica personale e della
propria coscienza ma rientra, purtroppo, in una mentalità corrente secondo cui "rubare allo Stato" non sia eticamente scorretto.
A questi soggetti vorrei ricordare che molte, invece, sono le
persone oneste e che lo Stato non è un'entità astratta: lo Stato
siamo tutti noi cittadini.
Quando, poi, si parla di falsi invalidi, immediatamente noi
medici siamo additati come i principali responsabili di tale
situazione ed in parte è vero. Dovremmo, infatti, evitare di fare
false certificazioni ed i componenti medici delle varie commissioni di invalidità dovrebbero, da una parte, non tenere conto
di tali certificazioni denunciando i medici che le hanno sottoscritte per rendere ragione alla maggior parte dei medici certamente onesti e rispettosi della legge; dall'altra, attuare un piano
di informazione sui diritti acquisiti in conseguenza di una patologia realmente invalidante.
il problema delle false invalidità è più grave di quanto apparentemente sembri in un momento di risorse economiche più che limitate.
Ci sono individui che non possono più badare a se stessi per cui
lo Stato da il cosiddetto accompagnamento, una sorta di compenso economico, elargito quasi sempre ad un familiare.
Questi, per l'esiguità del compenso in rapporto al grado di
dipendenza dell'invalido, è il più delle volte costretto lo stesso a
lavorare e non può, quindi, badare al proprio assistito congiunto 24/24 ore.
Perché, invece, con i soldi dell'accompagnamento e con quelli tolti ai faisi invalidi non si crea un "servizio sociale di
accompagnamento", almeno diurno, in
modo da assicurare all'invalido un reale
e completo supporto assistenziale e così perrnettere al resto della famigtia di continuare a svolgere una normale vita di
lavoro e/o di studio, qualora ancora giovani, in vista di una propria formazione
professionale? Perché un figlio dovrebbe
essere obbligato a interrompere gli studi
o a smettere di lavorare per assistere un
genitore che all'improvviso è diventato invalido? Nel tempo avremmo un invalido ed un disoccupato da sostenere economicamente ed un individuo che non
ha potuto rendersi libero all'interno
della sua famiglia non avendo potuto "esprimere e sviluppare" tutte le sue
potenzialità professionali in senso lato.
Come spesso accade, le cause del problema sono multifattoriali come molteplici
ne sono le soluzioni.
Una cosa è certa: bisogna stroncare le
false invalidità nell'interesse dei soggetti
realmente invalidi e per cui le risorse
risultano molto limitate. |