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Editoriali Cardionews - Novembre 2005
 
   

- Malasanità in Sicilia...di chi la colpa? Quali le possibili soluzioni? -

 
di Giovanni Ruvolo
 
   

La sanità siciliana nelle ultime settimane è stata nell’occhio del ciclone per il susseguirsi di una serie di decessi ospedalieri. L’impatto sull’opinione pubblica è stato amplificato sia per il breve periodo in cui essi si sono verificati che per la giovane età (spesso bambini) dei pazienti deceduti.

L’opinione pubblica e la politica si sono scagliati contro i medici, in particolare anestesisti e chirurghi, che indubbiamente, per il tipo di specializzazione, rappresentano le categorie più a rischio di errori, responsabili poi di complicazioni gravi, spesso mortali.

Non credo che un medico possa volere la morte di un individuo. Tuttavia, sono da considerare forme indirette di volontà non solo la negligenza ma anche la coscienza di non essere all’altezza di una specifica prestazione sanitaria e la superficialità di comportamento medico, che portano a considerare “ineluttabile e statistico” l’evento morboso allo scopo di giustificare a sé e agli altri il proprio agire professionale scorretto.

Non per questo la responsabilità deve sempre essere esclusivamente ricondotta agli operatori sanitari. Esistono altre responsabilità indirette ugualmente importanti.

Prima fra tutte una inadeguata formazione universitaria e specialistica postlaurea. Noi professori universitari dovremmo fare in modo che i nostri studenti e specializzandi vivano intensamente la loro formazione professionale impegnandoli “full time “ nei reparti e nei centri di ricerca delle nostre università e, mediante training programmati, in quelli di prestigiose università straniere in modo che essi possano confrontarsi con analoghe ma differenti realtà scientifiche e sviluppare un sano e costruttivo spirito di competizione. I professori dovrebbero condividere la formazione professionale e gli insegnamenti dovrebbero rispecchiare le esigenze scientifico - assistenziali attuali.

Un secondo importante problema è quello dell’organizzazione del nostro sistema sanitario. La rete ospedaliera sanitaria è costituita da strutture pubbliche e cosiddette private che, in realtà, sono finanziate dal sistema sanitario pubblico in quanto “convenzionate” e quindi a reddito sanitario “garantito“. Tale problematica sembra non abbia niente a che fare con l’errore medico. Al contrario è ad esso strettamente correlato. Le strutture ospedaliere pubbliche e private, come qualche volta accade nei fratelli siamesi con un cuore in comune, hanno nel sistema sanitario nazionale un’unica fonte di finanziamento. Nel momento in cui si dirotta verso il privato gran parte delle risorse economiche “scientificamente“ si decide di progressivamente demolire la sanità pubblica. Coloro che l’hanno fatto si giustificano invocando il diritto alla parità fra pubblico e privato “nell’interesse del paziente“. In realtà, le amministrazioni sanitarie pubbliche non possono direttamente assumere e selezionare il personale meglio preparato e, allo stesso tempo, allontanare quello pluriassenteista e poco preparato. Le cliniche private non devono sostenere ingenti spese per il mantenimento di dipartimenti d’urgenza e di rianimazione, attivi 24 ore su 24, ed essere poi il terminale di pazienti che diventano gravi e non più gestibili nelle strutture private perché costosi e/o, per opportunità, da fare morire nelle strutture pubbliche. L’attuale parità pubblico-privato costituisce, in realtà, una allarmante disparità che porterà in breve tempo alla chiusura di molte strutture sanitarie pubbliche già agonizzanti per carenza quantitativo e qualitativo di personale selezionato e per il mancato ammodernamento sia strutturale che tecnologico.

In questo tipo di ospedali, dove spesso il medico è obbligato ad occuparsi degli infermieri, degli OTA e del personale tecnico, è più facile sbagliare; sarebbe necessario fare un’adeguata programmazione sanitaria che, dopo avere stabilito quali ospedali siano in condizione di garantire un’umana assistenza sanitaria, li si metta in condizione, in tempi prestabiliti, di raggiungere, pena la chiusura, caratteristiche strutturali, tecnologiche e organizzative non minime ma ottimali per il nostro attuale bisogno assistenziale. Certamente il pubblico e il privato devono realmente avere gli stessi diritti doveri e ovviamente, visto il finanziamento pubblico, anche le strutture sanitarie private dovranno attivare i dipartimenti di emergenza e le rianimazioni e aprire al 118.

Tutto ciò non deve obbligatoriamente portare ad una netta contrapposizione pubblico-privato. Una gestione privata del servizio pubblico, in alcune situazioni, aiuterebbe a fare decollare ospedali che “arrancano” nell’assistenza sanitaria.

Se ciò dovesse verificarsi certamente si ridurrebbe l’incidenza dell’errore medico che, tuttavia, resta un grave problema da monitorizzare on line e a cui bisogna “rimediare” (termine certamente improprio) risarcendo almeno economicamente coloro che hanno subito il suo effetto diretto o indiretto. Ovviamente, a seconda del danno causato, il risarcimento potrà essere di notevole entità ed è per questo che le amministrazioni delle aziende ospedaliere dovrebbero convenzionarsi con le assicurazioni che, negli ultimi anni, hanno reso proibitivi i costi delle polizze specialmente per i chirurghi. Il singolo chirurgo non può assicurare un adeguato risarcimento per cui si andrà verso la cosiddetta “medicina difensiva”: l’indicazione chirurgica sarà sempre più restrittiva e, qualche volta, i pazienti saranno invitati, con varie modalità più o meno subdole, a cambiare ospedale o addirittura andare all’estero.

Allo stesso modo, per garantire la professionalità della maggior parte degli operatori sanitari, bisogna diffidare da chi, da professionista dell’antimafia e della morale, forse per evitare l’attenzione sul proprio operato, fa dichiarazioni quanto meno azzardate e sospette, sparando sul mucchio e colpendo anche chi non ha niente a che fare con la malasanità. L’etica e la professionalità non sono fatti personali ma devono avere un riscontro comportamentale pubblico.

L’errore medico in sanità resta un importante problema le cui cause sono multifattoriali e coinvolgono i medici, in prima battuta, ma anche i direttori delle aziende, il personale infermieristico e tecnico.

Un ruolo fondamentale hanno poi i politici e i sindacati, che devono restare gli “organizzatori” imparziali dell’assistenza sanitaria garantendo, come ha recentemente sostenuto l’attuale Assessore alla sanità, On.Pistorio, il mantenimento di un’efficiente sanità pubblica.

Mi auguro che i medici tornino ad occuparsi prevalentemente dei pazienti, lasciando ad altri, certamente più competenti, i compiti organizzativi generali.

Solo così ci riapproprieremo del rapporto “fiduciario“ medico-paziente, scopo ultimo della nostra professione.

   
 
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