L’Africa è il continente di moda: dai potenti della terra alla persone più umili si danno da fare, con scopi diversi, per aiutare i popoli africani.
Si fanno raccolte, si inviano, nei posti più sperduti del continente africano, grandi e costosissimi container, spesso stipati di attrezzature già obsolete e poco utilizzabili.
Anch’io, fino a quando sono stato in Tanzania, la pensavo così. Credevo che soddisfare i miei e i loro “bisogni”, inviando i nostri “prodotti finiti” fosse il modo migliore per aiutare popoli per i quali parlare di “bisogni” è quantomeno riduttivo. Credo che essi, in realtà, non vogliano ciò che noi occidentali identifichiamo come tali e che fanno ormai parte integrante del nostro benessere. Essi, invece, ora chiedono di vivere e non solo di sopravvivere.
In Tanzania non ho visto molta gente denutrita, anche se si vive con l’essenziale ho visto pochi anziani ma tanti bambini, molti dei quali orfani di genitori decimati dall’AIDS, che, secondo i missionari determina un’incidenza di sieropositività del 40-70% a seconda delle varie zone.
Ho visto bambini, i più fortunati, fare chilometri per andare a scuola portando i libri in testa e, chi le aveva, le scarpe in mano per non rovinarle.
Ho visto ospedali senza un numero adeguato di medici e infermieri, in cui la malattia è qualcosa che va per conto suo senza che qualcuno possa cambiarne l’evoluzione.
Credo che, nell’attuale fase di sviluppo, inviare container non basti più: la gente vuole imparare un mestiere per essere in condizione di utilizzare le attrezzature ricevute che, altrimenti, resterebbero poco o niente utilizzate.
I vescovi, che lavorano in sintonia con i governanti, chiedono aiuti per la formazione dei loro ragazzi. Sarà la cultura, intesa in senso globale, a spingerli a risolvere autonomamente i problemi con conseguente sviluppo del loro paese.
Lo sviluppo di un popolo è inversamente proporzionale al grado di “assistenzialismo” ricevuto, cosa diversa dal sostegno alla formazione.
Molto utili, in tal senso, si stanno rivelando le adozioni a distanza perché la formazione e la crescita culturale deve avvenire sul territorio. L’invio all’estero di ragazzi, al di fuori di un prestabilito programma di studio e di stages formativi “a tempo“, rischia di creare professionisti non più disponibili a ritornare nei paesi d’origine.
Fondamentale è, infine, la promozione e il sostegno delle università per la formazione dei professionisti e della futura classe dirigente.
Paradossalmente, in un momento di scelta della priorità dei bisogni da soddisfare, al momento, bisogna avere il coraggio di limitare le risorse per migliorare la qualità di vita e, invece, potenziare quelle destinate alla formazione culturale e professionale per ottenere risultati più a lungo termine. |