Recentemente, mio malgrado, sono stato protagonista di una vicenda mediatica per un evento personale e privato: l'inserzione di uno
stent coronarico.
Che cosa ha scatenato la curiosità giornalistica? Perché qualcosa di
così comune ha messo in moto giornalisti di testate regionali e
nazionali e perfìno il corriere dello sport?
Certamente non il tipo di prestazione sanitaria, ormai comune e neppure la mia persona, un professionista come tanti altri.
L'eccezionalità, mi è stato spiegato, sta nell'essermi sottoposto a
coronarografia, dopo avere operato due pazienti con patologie cardiache complesse nonostante la mattina, recandomi in ospedale,
avessi avuto una crisi anginosa.
Quando, in macchina, ho avuto quel dolore retrosterminale associato a sudorazione subito ho pensato a quello che poteva accadermi ma
immediatamente dopo ho ritenuto opportuno pensare ai miei due
pazienti che aspettavano con angoscia di essere sottoposti all'intervento al cuore.
Devo confèssare, tuttavia, che il mio comportamento non è stato
dettato da senso di eroismo. Mi è solo sembrato giusto e doveroso
dedicarmi prima a pazienti con patologie ben più complesse delle
mie come mi è sembrato doveroso sottopormi dopo a coronarografìa per un senso di responsabilità nei confronti della mia famiglia,
dei miei giovani collaboratori medici e infermieri, e degli stessi
pazienti che hanno in me un punto di riferimento.
Ciò non nasce dal sentirsi insostituibili, siamo tutti passeggeri di un
treno che va avanti e di ognuno di noi "normali" si ricorderanno forse solo i compagni di viaggio.
Credo che qualsiasi "professionista", nella stessa situazione, avrebbe
avuto un simile comportamento. Quando hai responsabilità direzionale e da te può dipendere il destino di più persone pensare prima
agli altri ti viene più facile e naturale.
Me l'ha insegnato un paziente tanti anni fa: era affetto da una grave
cardiopatia ischemica con indicazione chirurgica urgente. Mi disse
che non poteva subito operarsi al cuore; doveva prima recarsi a casa
perché la sua azienda dava lavoro a molte famiglie e prima di operarsi doveva garantire il futuro ai suoi fìdati dipendenti.
In barba a tutte le statistiche cardiochirurgiche è tornato sei mesi
dopo e serenarnente ha risolto il suo problema cardiaco.
Mi ha impressionato il considerare "eroico ed eccezionale" un comportamento "nomrale".
Forse, abbiamo perso il valore dell'ordinarietà cioè il fare bene il lavoro di tutti i giorni: sorridere e parlare ai nostri pazienti nonostante le molte ore di lavoro trascorse in ospedale, avere rispetto
negli uffici per coloro, magari anziani e gente "comune", che sono
stati per ore in fila per elemosinare un certificato o la pensione.
Papa Giovanni Paolo II nella lettera
appostolica "Novo millennio ineunte"
scriveva:" Come il Concilio stesso ha
spiegato quest'ideale di perfezione
(Siate perfetti come è perfetto il Padre
vostro celeste) no, e adatte alla vita va
equivocato come implicasse una sorta
di vita straordinaria, praticabile solo
da alcuni "geni" della santità. Le vie
della santità sono molteplici, e adatte alla vocazione di ciascuno. Ringrazio il
Signore che mi ha concesso di beatificare e canonizzare, in questi anni, tanti
cristiani, e tra loro moìti laici che si
sono santificati nelle condizioni più
ordinarie della vita. E' ora di riproporle a tutti con convinzione questa "misura alta" della vita cristiana ordinaria.
Se tutti facessimo bene il lavoro quotidiano renderemmo più facile la vita
agli altri, spesso resa difficile da una
miriade di piccoli ostacoli del tipo:
torni domani, ha sbagliato fila, doveva
prima riempire il modulo, il suo esame
clinico è prenotato per il 2010!
Le divise ed i ruoli che temporaneamente portiamo ci danno forse il diritto di porci su un gradino più alto nei
confronti dei nostri simili?
D'altra parte, quando ti metti in punta
di piedi, è perché sei piu basso degli
altri!
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