E’ sempre più frequente e incalzante l’attacco all’operato dei medici e in particolare dei chirurghi, di cui chi scrive fa parte, definiti “macellai” dal sorprendente ministro Brunetta.
Vorrei, a tal proposito, fare due considerazioni. La prima riguarda i macellai considerati da Brunetta una categoria di lavoratori poco raccomandabili se li si usa come termine di paragone “dispregiativo” per indicare la parte più “pericolosa”, i chirurghi, di un’altra categoria professionale, cioè quella dei medici.
Mi meraviglia che nessuno dei macellai o di chi li rappresenta abbia formalmente protestato.
Ho tanti amici macellai e posso assicurare che li trovo allegri, gentili e, soprattutto, gran lavoratori.
La seconda considerazione riguarda noi chirurghi, facilmente attaccabili perché i risultati della nostra attività, positivi o negativi che siano, sono immediatamente verificabili mentre la corruzione, il cattivo governo, l’avvelenamento ambientale, provocato ad es. dal traffico di rifiuti tossici cancerogeni, sono eventi i cui danni emergono a distanza di anni e i responsabili non vengono quasi mai individuati e/o condannati.
Il Brunetta, sulla scia di quanto già fatto negli Stati Uniti e in Inghilterra, propone qualcosa di apparentemente corretto e di interesse per i cittadini: mettere in rete il curriculum vitae e la casistica operatoria (con risultati globali e mortalità) di ogni singolo chirurgo perché, dice: “Se io devo farmi operare debbo potere sapere se quel chirurgo che mi deve operare è un macellaio o un genio o una persona efficiente di qualità”.
Molto spesso, gli incarichi di verifica sono dati a “professionisti di commissioni”, cioè a individui che, nel caso della medicina, non fanno quasi più il lavoro per cui si sono laureati, e passano gli anni da “esperto di settore” senza vivere i problemi del quotidiano, che, nei reparti ospedalieri sono quelli che occupano gran parte della giornata e “distraggono” dal lavoro medico vero e proprio Addirittura, a volte, sono già in pensione e,quindi, hanno superato quella fascia di età che fisiologicamente aumenta il disinteresse al cambiamento. Essi giudicano o danno gli elementi perché altri possano giudicare senza veramente “soffrire” il vivere quotidiano e conseguentemente proponendo soluzioni “populistiche”, che non rappresentano, spesso, soluzioni reali del problema affrontato.
Oggi, quanto mai, il chirurgo opera pazienti più anziani rispetto al passato, con patologie complesse di base e gravi patologie associate, che presuppongono un lavoro di equipe e competenze multidisciplinari.
I risultati, quindi, non sono frutto esclusivamente della professionalità del singolo ma di quella di un gruppo di professionisti della sanità, che si “passano” il paziente per seguirne l’iter diagnostico - terapeutico.
I risultati, di conseguenza, andrebbero “addebitati” all’equipe e non al singolo operatore, anche se questi ha un ruolo , in certi momenti, preponderante e determinante, che va certamente verificato dopo averlo “staccato” dal contesto assistenziale.
Brunetta vuole giudicare il singolo operatore e allora diamo all’operatore la possibilità di scegliersi i collaboratori (chirurghi, anestesisti, etc) con cui condividere il rischio operatorio.
Brunetta, inoltre, stabilisca e imponga alle istituzioni sanitarie i requisiti strutturali, tecnologici e organizzativi dei vari reparti e delle varie unità operative, garantendo un numero di personale idoneo a svolgere una determinata attività operatoria.
Attualmente, invece, si bloccano il rinnovo dei contratti e non si sostituiscono gli operatori che si dimettono o vanno in pensione. In alcune istituzioni ospedaliere ogni quattro contratti scaduti te ne rinnovano solo uno, ma cosa dici al paziente che ha bisogno di quattro unità assistenziali? Anche quest’anno è stato “intimato” agli ospedali pubblici di ridurre il budget del 10% rispetto a quello dell’anno precedente. Addirittura, in alcuni ospedali si invitano i medici, quasi sempre chirurghi, di limitare il numero degli interventi chirurgici come se chi opera in sala operatoria lo fa per occupare il tempo non avendo nient’altro da fare.
Sarebbe, inoltre, opportuno che negli ospedali i servizi (pulizie, assistenza infermieristica, OTA, etc.) non siano carenti. La sanificazione, ad es., è dimostrata essere uno dei fattori più importanti ai fini della prevenzione delle infezioni ospedaliere. Perché da una parte si accusa i chirurghi se il paziente ha un’infezione e, allo stesso tempo, si chiudono gli occhi e non gli ospedali se manca il personale delle pulizie o non esiste un adeguato impianto di condizionamento dotati di filtri assoluti? Perché è sempre il chirurgo a pagare se dopo un lungo periodo di degenza postoperatoria il paziente ha una complicanza infettiva?
E’ facile, dall’auto blu, magari leggendo il giornale, condannare chi tutti i giorni rischia l’AIDS (il chirurgo non può imporre al paziente il test per la diagnosi dell’AIDS) e l’epatite virale e passa molte ore della propria vita a guardare un catetere urinario sperando che il paziente riprenda ad urinare o un drenaggio smetta di riempirsi di rosso sangue.
Più volte ho chiesto a rappresentanti dei NAS e/o del Tribunale dei diritti del malato di fare commissioni “permanenti” all’interno del reparto, vivendo con noi chirurghi le problematiche assistenziali,le angosce e anche le gioie di chi sta nei reparti ospedalieri, nelle sale operatorie e nelle terapie intensive.potrebbe essere utile per migliorare ciò che non va.
Per il reparto di Cardiochirurgia del Policlinico Giaccone di Palermo ho deciso di impiegare una cartella clinica informatizzata, espressione di trasparenza nei confronti dei pazienti, fine ultimo della nostra attività assistenziale. Icaro Brunetta, i chirurghi non sono nemici dei pazienti, quando lei dorme o festeggia il Natale e il capodanno, molti di noi sono in sala operatoria a lavorare con impegno. Se c’è chi , tra di noi, è corrotto o come dice lei non è idoneo a fare il chirurgo, ci aiuti a isolarlo e, qualche volta, chieda a qualche suo collega il motivo di averlo fatto promuovere primario.
Se volessi, infine, fare contento il ministro e dargli l’illusione di farsi operare da un “mago” e da un “genio” della chirurgia, lo potrei affidare ad un giovane medico dal curriculum brillante, senza mortalità ma a cui, per sua scarsa capacità, ho affidato giovani pazienti senza gravi patologie associate, e magari aiutato da un chirurgo senior che gli fa solo muovere le mani secondo ordini ben impartiti.
Mi si può dire che esistono indici di complessità operatoria (euroscor, etc.). Questi sono spesso incompleti e, per certi interventi, non considerano alcuni importanti fattori di rischio. Inoltre, anche se l’intervento chirurgico è stato eseguito con maestria, può accadere che qualcuno dei 20 – 30 operatori sanitari, che segue il decorso postoperatorio di un paziente chirurgico potrebbe non dare un’ottimale assistenza sanitaria.
Per tutte queste considerazioni, la medicina difensiva porterà i chirurghi a rifiutare i pazienti con patologie complesse e ad alto rischio per mantenere “più pulita possibile” la propria “fedina operatoria”.
Credo, invece, che i chirurghi vadano formati in maniera ottimale in scuole di specializzazione con pochi studenti, secondo un piano nazionale annuale, e poi inseriti in strutture sanitarie, università ed ospedali, senza considerarli potenziali “macellai”, da additare come gli unici responsabili di eventi morbosi e/o complicazioni su cui possono avere influenza numerosi altri professionisti della sanità o fattori apparentemente “lontani” come un insufficiente numero di personale sanitario o un non ottimale funzionamento dei servizi generali della struttura sanitaria in cui il chirurgo opera.
Ministro, non si scordi che per noi chirurghi l’intervento dura tutta la degenza e che viviamo soprattutto che il più lauto dei compensi: il sorriso del paziente che lascia il tuo reparto, non un grazie perché non bisogna ringraziare per una prestazione sanitaria: la salute è un diritto, non una cortesia o un favore. |